Il contributo di Maria Federici per l’Italia libera e democratica

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di Carlo Fonzi *

Parlare del contributo che Maria Federici ha dato per l’Italia libera e democratica, che è il tema del mio intervento a questo importante Convegno, è sin troppo facile, perché la Federici, nata a L’Aquila nel 1899, è stata una delle 21 donne, con l’altra abruzzese Filomena Delli Castelli, eletta all’Assemblea Costituente ed una delle grandi protagoniste della storia italiana, dal 1939 al 1981, quando lascia la presidenza dell’ANFE (Associazione Nazionale Famiglie Emigranti) che aveva fondato nel 1947. Semmai, la pluralità del suo impegno, che spazia dal ruolo di costituente e di parlamentare a quello di promotrice e fondatrice di “grandi” associazioni ancora oggi vitali, quali appunto il CIF e l’ANFE, congiunta alla complessità delle vicende storiche italiane, almeno per gli anni che vanno dalla caduta del Fascismo alla ricostruzione e che vedono il territorio abruzzese protagonista di avvenimenti importanti, quali la prigionia di Mussolini a Campo Imperatore, la fuga da Roma del re a Ortona e a Brindisi, le stragi nazi-fasciste, e poi la linea Gustav e la liberazione, con le truppe anglo-americane e la Brigata Maiella, rendono difficile tratteggiare in un breve intervento la figura eccezionale di Maria Federici. Ho accolto, tuttavia, con piacere questo mio compito e desidero ringraziare Cinzia Maria Rossi, organizzatrice del Convegno quale presidente dell’ANFE di Pescara, e Goffredo Palmerini, presidente dell’ANFE Abruzzo, la cui vasta ed importante produzione saggistica e giornalistica sull’Italia dell’emigrazione, dei diritti, spesso negati, e dell’Italia dei Sogni, che è il titolo di un suo bellissimo libro, mi ha fatto da filo conduttore nel comprendere e ricostruire il contesto – storico, politico e sociale – in cui si trovò ad operare la Federici.

L’evento e la data, da cui inizio la mia breve ricostruzione storica e che rappresenta un punto di snodo, un “cardine” su cui ruotano gli avvenimenti precedenti e successivi, sono le Elezioni Politiche e il Referendum tra Monarchia e Repubblica del 2 giugno 1946. Il 2 giugno 1946, quando sulle macerie dei bombardamenti, con il dolore dei drammi subiti e la speranza di un avvenire migliore per i loro figli, donne e uomini si recarono a votare insieme, in massa, per la prima volta nella storia italiana, per scegliere tra Repubblica e Monarchia, segna una separazione netta tra la dittatura fascista e la storia repubblicana e democratica della nostra nazione. Quel 2 giugno del 1946 le donne e gli uomini elessero anche i componenti dell’Assemblea Costituente che doveva redigere la nuova carta costituzionale. creando un importantissimo divario tra passato e futuro. Il suffragio universale femminile, che ha consentito alle donne di partecipare ed essere protagoniste del cambiamento italiano, era stato introdotto dal secondo governo Bonomi – su proposta di Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi – con il Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945: “Estensione alle donne del diritto di voto”

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Il voto alle donne non può e non deve essere considerato il “regalo” dall’alto di un governo, ma è il riconoscimento di un ruolo che la donna aveva svolto dalla fine del secolo XIX e che nel periodo storico in esame l’aveva vista protagonista nelle fabbriche e nella società civile, dove avevano sostituito gli uomini richiamati al fronte, avevano organizzato gli scioperi e la resistenza, avevano svolto un ruolo determinante combattendo in prima linea e nelle retrovie e poi ci saranno nella «ricostruzione». L’Italia divenne Repubblica e l’Assemblea Costituente avrebbe dato, nell’arco di un tempo relativamente breve, un testo costituzionale tra i più belli, anzi, per dirla con Benigni, “la Costituzione più bella del mondo”.Risultarono votanti 12.998.131 donne e 11.949.056 uomini e l’Italia scelse la Repubblica, operando una separazione netta con la storia precedente, ed elesse l’Assemblea Costituente, con 21 donne su 556 deputati, poco meno del 4%: nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, una dell’Uomo Qualunque. Quasi tutte erano laureate e “lavoravano”, la più parte insegnanti, una giornalista-pubblicista, una sindacalista, solo una casalinga: erano quasi tutte giovani, alcune giovanissime, quattordici su ventuno erano sposate, alcune con figli. Maria Federici fu una delle protagoniste, dopo e prima di quella elezione, essendo stata eletta una delle 21 donne dell’Assemblea Costituente, e, prima, come presidente del CIF, avendo “convinto”, con i suoi autorevoli interventi, le donne italiane a recarsi alle urne.

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Maria Federici (Dc), insieme ad Angela Gotelli (Dc), Nilde Iotti (Pci), Angelina Merlin (Psi) e Teresa Noce (Pci), entrò a far parte della “Commissione dei 75“: quella Commissione che era stata incaricata dall’Assemblea Costituente di formulare la proposta della Costituzione da dibattere e approvare in aula. Qui, le donne avevano ottenuto una rappresentanza maggiore rispetto alla loro consistenza numerica parlamentare, circa il 7%. Il loro lavoro ha avuto sicuramente, tanto nella Commissione che in aula, un peso maggiore di quanto le percentuali indicassero. Ma chi era Maria Agamben Federici? Maria Agamben nasce a L’Aquila il 19 settembre 1899. Dopo la laurea in lettere, insegna italiano e storia alle superiori, scrive testi scolastici e si occupa di giornalismo. A Roma, conosce Mario Federici, anche lui aquilano, autore di opere teatrali e critico affermato, con cui si sposa nel 1926. Durante il fascismo, la coppia si trasferisce all’estero, dove continua ad insegnare presso istituti italiani di cultura a Sofia, in Egitto e a Parigi. Rientrata a Roma nel 1939, la Federici si impegna nella Resistenza e, tra le altre cose, dopo l’8 settembre entra nell’associazione Piazza Bologna, che fornisce assistenza ai perseguitati politici. In questi anni, come delegata dell’UDACI (Unione donne dell’Azione cattolica), organizza un piano di assistenza per le impiegate statali rimaste disoccupate. Nell’agosto 1944, eletta durante il congresso istitutivo, diviene la prima delegata femminile delle ACLI e, in questa veste, l’anno dopo organizza il Convegno nazionale per lo studio delle condizioni del lavoro femminile, un importante momento di confronto per le donne cattoliche.

Nell’inverno 1944-1945, la Federici partecipa ai lavori per la fondazione del CIF (Centro Italiano Femminile), insieme a Giovanni Battista Montini, sostituto della Segreteria di Stato, e a Maria Rimoldi, presidente delle donne cattoliche e viene eletta prima presidente nazionale (carica che ricopre fino al 1950), impegnandosi in particolare per fornire assistenza all’infanzia e all’adolescenza (attraverso asili, scuole, refettori), nonché aiuti a emigranti, sfollati e reduci. La nascita del CIF rientra nel disegno di avvicinare il mondo femminile alla causa della democrazia, favorendo la partecipazione delle donne alla politica e all’associazionismo, ma anche aiutandole “a migliorare le loro condizioni materiali”. La Federici svolse con grande volontà ed energia il ruolo di presidente, consapevole che l’impegno di azione sociale era uno strumento importante per la stessa affermazione e crescita nella responsabilità del ruolo della donna nella recuperata vita democratica. Candidata della Dc al collegio unico nazionale per la Costituente, durante la campagna elettorale, la Federici denuncia più volte “la disapprovazione, il divieto, l’intollerabilità dell’uomo” nei confronti della piena cittadinanza femminile, “una coercizione della coscienza che poggia sul principio di autorità per cui non è immaginabile che una donna possa, sia pure per un istante, affermare o esprimere con il voto una tendenza in contrasto con quella dell’uomo di casa, marito, fratello o padre che sia. Si tratterebbe di una minuscola bomba atomica scagliata contro l’unità domestica”.

Il 2 giugno 1946, viene eletta alla Costituente. Presso l’archivio del CIF a Roma è conservato il telegramma che ella scrisse il 20 luglio 1946 a Montini (allora Segretario di Stato), informandolo della sua nomina: “Mi permetto di portare a conoscenza dell’E.V. che sono stata chiamata a far parte della Commissione per l’elaborazione del progetto della Costituzione, nominata dal Presidente dell’Assemblea costituente”. Insieme ad altre 4 colleghe dell’Assemblea, come si è detto, Maria Federici è tra le cinque donne – delle 21 elette nell’Assemblea – entrate nella Commissione Speciale dei 75 che elaborò il progetto di Costituzione, poi discusso in aula dall’Assemblea ed approvato il 22 dicembre ‘47. Rilevante il contributo della Federici nella Commissione, in tema di famiglia, sull’accesso delle donne in Magistratura, sulle garanzie economico-sociali per l’assistenza alla famiglia e del diritto all’affermazione della personalità del cittadino, sul diritto di associazione e ordinamento sindacale, sul diritto di proprietà nell’intrapresa economica; come pure significativo il suo ruolo in Assemblea plenaria, con incisivi interventi in Aula sui rapporti etico-sociali, sui rapporti economici, sui rapporti politici, sulla Magistratura, sui diritti e doveri dei cittadini. Fa parte anche della III Sottocommissione sui diritti e doveri economico-sociali, sostenendo la necessità di una riforma agraria che promuova l’elevazione morale e materiale dei ceti contadini, mentre durante la discussione sul futuro titolo III (rapporti economici), pretende che si espliciti come le condizioni di lavoro debbano permettere alla donna lo svolgimento della sua funzione familiare e materna.

È rieletta, nel Collegio di Perugia, parlamentare alla prima Legislatura repubblicana. Membro di diverse commissioni, è la relatrice del disegno di legge sulla “Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri” che diverrà la legge n. 860 del 1950. È presentatrice e prima firmataria di proposte di legge sulla «vigilanza e controllo della stampa destinata all’infanzia ed alla prima adolescenza (approvata nel 1952) e sulla disciplina dell’apprendistato (approvata nel 1953). Nella seduta dell’11 dicembre 1951 interviene con un articolato discorso per affrontare il tema della «responsabilità della stampa nei confronti dei ragazzi», a sostegno della suddetta proposta di legge da lei presentata e di cui era in corso la discussione generale. Nel 1947 Maria Federici fonda l’ANFE. L’Associazione Nazionale Famiglie Emigrati nasce dalla volontà della Federici di dare una risposta al fenomeno dell’emigrazione che interessa fortemente la nostra nazione nel periodo della ricostruzione e che comportò uno spopolamento progressivo dei paesi e delle città, con gli uomini costretti ad “emigrare” verso destinazioni lontane, in cerca di lavoro e di una situazione migliore, e con le donne a cui veniva affidata la famiglia con tutte le responsabilità connesse.

La Federici ebbe una particolare sensibilità ed un impegno straordinario nel seguire e comprendere il fenomeno migratorio italiano e nel supportarlo con risposte strategiche e strutturali. Rimarrà Presidente dell’ente fino al 1981, quando nel Convegno Nazionale di Roma, comunica la sua personale decisione di lasciare la presidenza, per chiamare all’impegno nuove energie. Sotto la sua guida sicura, con infaticabile impulso, l’associazione si espande con sedi in ogni provincia e nei comuni a più alta emigrazione, presente sempre laddove esistono i problemi, in Italia o nel nuovo mondo. Anche in quei lontani continenti, come pure nella vecchia Europa, nascono sedi dell’ANFE, una rete capillare di strutture che diventano punti decisivi d’assistenza per i nostri emigrati, per la soluzione d’ogni problema sociale, burocratico ma anche psicologico nell’integrazione nelle nuove realtà. Le battaglie di Maria Federici restano un esempio d’impegno civile e politico, come il 30 novembre 2013 ha ricordato il presidente nazionale Paolo Genco, alla Camera dei Deputati, tenendo il suo discorso nella cerimonia per il 65° anno di fondazione dell’ANFE: “La lotta per il riconoscimento dei diritti della famiglia degli emigrati, l’affermazione del principio che l’emigrazione non è problema individuale ma familiare, il riconoscimento reciproco tra Stati europei dei titoli di formazione professionale, il riconoscimento delle malattie professionali, il riconoscimento dei diritti civili e politici dei connazionali nei paesi d’emigrazione, la scolarità dei figli degli emigrati. l’inserimento della lingua italiana nelle scuole all’estero, le facilitazioni per il ricongiungimento delle famiglie di emigrati, il riconoscimento del diritto di voto degli italiani all’estero, sono solo alcune delle battaglie combattute e vinte da Maria Federici e dall’ANFE, a tutela della dignità dei lavoratori italiani all’estero, dei loro diritti e dei diritti delle famiglie.” Concludo il mio breve intervento con una opportuna riflessione presa in prestito da Goffredo Palmerini: “L’opera di Maria Federici, il suo pensiero illuminato, il contatto diretto con persone e problemi, il suo stile di vita restano un esempio notevole nel tempo incerto che viviamo, un riferimento luminoso per migliorare il rapporto tra Istituzioni e cittadini, per recuperare la necessaria credibilità della politica, per costruire nel reciproco rispetto il futuro del nostro Paese.”

*Vice presidente ANFE Abruzzo

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Maria Federici Agamben in una foto del 1920 circa, quando era maestra elementare nei piccoli paesi di montagna dell’aquilano.

I ragazzi intorno sono gli allievi di una pluriclasse, forse provenienti da Rocca di Mezzo.

 

 

Maria Federici

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