Recensione Spontanee : “Si alza il vento” di Hayao Miyazaki (Cine-amando)

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Arrivato in Italia dopo un anno dall’uscita in Giappone e dalla presentazione alla Mostra di Venezia – con un’anomala e discutibile programmazione della Lucky Red concentrata in soli quattro giorni per duecento sale – il nuovo film d’animazione di Hayao Miyazaki è annunciato come il congedo finale del 73 enne regista, sceneggiatore e disegnatore giapponese, l’ultima opera prima del ritiro definitivo dalle attività cinematografiche.

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Ci si trova di fronte ad un film-testamento, una summa di tutte le tematiche care al regista, pur presentate in una chiave diversa rispetto alle opere precedenti.

Per la prima volta Miyazaki trae ispirazione da una storia vera (precedentemente divenuta un manga sceneggiato e disegnato dallo stesso autore e tratta da un romanzo di Tetsuo Hori): il giovane Jiro Horikoshi, nel Giappone di provincia degli anni ’20, sogna di diventare un progettista di aerei, visto che la miopia non gli permette di pilotarli, e viene incentivato nei sogni dall’ingegnere italiano Caproni, uno dei pionieri dell’aviazione mondiale.

Il giovane si reca a Tokio per studiare ingegneria (durante il viaggio sarà anche suo malgrado testimone del terribile terremoto del Kanto del ’23), e successivamente inizia a lavorare ad un progetto legato ad aerei da caccia per la Mitsubishi. In seguito diventa ingegnere capo, progetta senza successo un caccia per la marina militare, e ritrova, durante una villeggiatura estiva, una ragazza (Nahoko) conosciuta durante il viaggio a Tokio nei drammatici eventi del terremoto. I due si innamorano, ma Nahoko, malata di tubercolosi, è costretta a recarsi in un sanatorio in alta montagna per provare a guarire. L’amore per Jiro la porterà a scappare dal sanatorio per andare a vivere con lui. I due giovani si sposano e trascorrono insieme momenti felici nonostante la salute della ragazza non migliori. Durante il collaudo di un prototipo di aereo progettato da Jiro, Nahoko decide che è arrivato il tempo di tornare al sanatorio in quanto capisce che per lei sta arrivando la fine.

Nell’epilogo finale, che richiama l’inizio, Caproni appare di nuovo in sogno a Jiro: ormai il Giappone è entrato in guerra e purtroppo gli aerei sono stati usati per uccidere; nonostante ciò Caproni gli ricorda che “gli aerei sono splendidi sogni” e alla fine il fantasma di Nahoko, nel sogno, lo incoraggia ad andare avanti.

Agli appassionati del primo Miyazaki  questo film potrebbe, di primo impatto, quasi urtare per diversi motivi. Si è già detto che è un film diverso dai precedenti, per storia e registro utilizzato. Ma ad un’attenta analisi si può invece considerarlo come una prosecuzione del suo discorso poetico iniziato negli anni ’70: è vero che è un film realistico – quasi una biopic – definito da date storiche, luoghi ed eventi ben precisi; la parte “fantastica” tuttavia non è assente, è affidata ai diversi sogni del protagonista, sogni con i quali Jiro trova nuovi stimoli per trasformare l’idea in prassi (si pensi ad esempio ai “mostruosi” aerei nemici del primo sogno con la gigantesca nave volante che sovrasta il cielo e i dialoghi con l’ingegnere conte Caproni).

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Il tema del volo è  sempre stato presente in quasi tutti i suoi film (“Porco rosso”, “Kiki consegne a domicilio”, “Laputa – Castello nel cielo”, “Il castello errante di Howl”), e non solo come omaggio al padre ingegnere aereo e proprietario di una fabbrica di parti aeree, ma come distacco da tutto da tutto ciò che è terreno, slancio vitale verso un punto diverso di osservazione.

La seconda parte del film è decisamente tra le più melodrammatiche delle sue opere, ma è in fondo un’accentuazione della tematica amorosa, che per Miyazaki rappresenta l’unica forza in grado di muovere gli eventi umani. Qui il tema amoroso non è solo il profondo sentimento che unisce i due protagonisti, è il dolore d’amore provato per una tragedia (la lunga malattia, l’ineluttabile morte), ma è soprattutto amore per un sogno, passione che nobilita l’uomo – “gli aeroplani sono splendidi sogni” sostiene Caproni – e, più in generale, amore per la vita. “Essere in vita è una cosa stupenda!” esclama Nahoko, che non si arrende alla malattia e decide di vivere alla giornata trascorrendo quello che le rimane con la persona che ama.

Quello che apparentemente potrebbe sembrare il più cupo, pessimista e tragico film di Miyazaki, è in realtà un inno alla vita. Nonostante i drammi, le avversità, nonostante il Male (terremoti, malattie, violenze, guerre), l’esortazione finale di Nahoko nell’ultimo sogno di Jiro sarà un appello alla vita: “Vivi, mio caro, tu devi vivere!”

Anche la tematica pacifista emerge se si guarda oltre la superficie: è vero che il protagonista è un progettista di aerei giapponesi, tristemente passati alla storia per essere stati utilizzati dai kamikaze durante la Seconda Guerra Mondiale, ma il vero protagonista è l’aereo in sé e il sogno di riuscire a crearlo. “Il buongusto anticipa le epoche”: è sempre il Conte Caproni a darci le direttive per intraprendere questo sogno. Il “buongusto” stilistico di Miyazaki è fatto di tenui pastelli, ritmo lento, pause, inquadrature rigorose e dettagliate: un film di un altro tempo per un Giappone pre-bellico povero e arretrato (per esempio rispetto alla Germania degli aerei Junkers), ma ricco di idee, tradizioni (la lunga sequenza dedicata alla cerimonia matrimoniale ne è un chiaro esempio), e di stile. In questo film forse Miyazaki è al suo massimo livello come dettagli, sfumature, colori, ricerca di ambienti storici per accentuare maggiormente il senso di realismo. Sono i dettagli che fanno la differenza nei suoi film: la cura per tutti i particolari, nei personaggi, nei paesaggi, negli edifici, nelle inquadrature, nei colori, nelle musiche. Queste ultime, come sempre composte dal maestro Joe Hisaishi, sono perfette per enfatizzare i diversi registri stilistici presenti all’interno del film: il comico, l’avventuroso, il sentimentale, il melò.

Anche i personaggi di contorno sono funzionali per creare armonia narrativa, soprattutto quando vengono usati in chiave comica per alleggerire alcuni passaggi (la petulante sorellina di Jiro, l’amico-collega Honjo sempre in cerca di sigarette, il capo Kurogawa con la sua improbabile capigliatura).

Stile e messaggio per Miyazaki coincidono: perfino nel suo film più maturo, impegnato e coraggioso, il regista difende i suoi valori affidandosi unicamente alla creatività del suo modo di fare cinema. Come il protagonista è mosso dalla passione per il volo e gli aerei, così Miyazaki ci lascia come ultima prova il suo amore per l’arte e la vita stessa: l’urgenza di vivere, il bisogno di andare avanti nonostante tutto, la fiducia nelle capacità creative dell’uomo, dei giovani in particolare; il tutto senza enfasi, sottovoce: elegante e delicato come una raffica vento che si alza tra gli alberi.

di Fabio Rossi

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